|
|
Casi insoluti :
The Unabomber (parte 2 di 2)
Un altro attacco, l' 8 Ottobre 1981 all'università
dello Stato dell' Utah, che stavolta fallisce completamente in quanto
il pacco sospetto viene
identificato e disinnescato dagli artificieri della polizia locale.
Ancora sette mesi di silenzio. I seguenti due attacchi rivelano ancora
una
volta lo stampo sperimentale-dilettantistico ma anche la potenzialità
distruttiva degli ordigni fabbricati da Unabomber. Per fortuna, ancora
nessun decesso, anche se ferite gravi addirittura con perdita della vista
da un occhio ed amputazioni delle dita di una mano iniziano a comparire.
Il prossimo attacco è avvenuto nel parcheggio di una catena di
computers di Sacramento, in California. Mentre esce con l'auto per tornare
a casa il proprietario Hugh Scrutton nota un pezzo di legno con dei chiodi
che
escono in fuori; ritenendo l'oggetto pericoloso da lasciare in mezzo alla
strada, fa per raccoglierlo con l'intenzione di gettarlo poi in un cassonetto
ma appena lo tocca l'oggetto esplode. Il congegno era stato concepito
per recare il massimo danno a chi avesse avuto la sfortuna di essere presente
al momento della sua deflagrazione. La bomba era composta da cloruro di
potassio, solfato di potassio nitrato di ammonio e polvere di alluminio.
Il tutto incluso in un tubo di alluminio pieno di pezzi di metallo appuntiti
ed arrugginiti. Stavolta la bomba esplose con tutta la sua potenza mietendo
la prima vittima di Kaczynsky. L'episodio successivo è avvenuto
pressappoco nello stesso modo, solamente che stavolta la vittima non è
deceduta e Kaczynsky è stato visto mentre depositava l'oggetto.
La segretaria dell'azienda davanti alla quale il criminale aveva depositato
l'oggetto di legno infatti aveva provveduto a denunciare alla polizia
l'uomo descrivendone le fattezze in quello che sarebbe poi circolato come
l'identikit ufficiale di Unabomber.
Da quel momento, sei anni di pausa. Da tutte le parti si specula sul fatto
che Unabomber si sia spaventato all'idea che un suo identikit fosse in
circolazione. Persino l' F.B.I. aveva sottovalutato il soggetto, intasata
di casi "caldi" da risolvere e convinta del fatto che magari
il soggetto era finito in prigione per qualche reato minore oppure si
era semplicemente ritirato considerando sufficienti gli attacchi riusciti
ed il clima di panico da lui instaurato per così tanto tempo.
Nei prossimi tre attacchi Unabomber sceglie tre persone specifiche stavolta,
due professori universitari ed il fratello di uno dei due, un biologo
studioso di genetica. In seguito spedisce una lettera nella quale esce
allo scoperto per la prima volta. Nella lettera si dice che i responsabili
degli attacchi sono un gruppo di anarchici ecologisti estremisti convinti
che il progresso dell'umanità
è stato deciso senza nessuna collaborazione da parte dei popoli
della terra e che altre vie per l'uomo erano possibili. Viene costituita
una task-force composta ancora una volta dall' F.B.I. e dal servizio di
poste con l'ingresso
del settore investigativo del dipartimento del tesoro. Naturalmente le
cose
si complicano ancora di più. L' F.B.I. ha pronta una lista di sospetti
(tra i quali, si è saputo a posteriori, non figurava Kaczynsky)
impossibile da controllare per l'elevato numero e così anche gli
ispettori postali. I sospetti in tutto in questo momento delle indagini
sono circa cinquemila.
Dopo i seguenti due attentati Unabomber scrive una lettera dove detta
le sue condizioni per l' arresto della sua attività terroristica.
In pratica esige che un quotidiano di diffusione nazionale pubblichi il
suo "Manifesto", una trattazione filosofico-politica della situazione
mondiale e delle sue idee per cambiarla.
Dopo molte discussioni, il famoso manifesto viene pubblicato anche perché
l' F.B.I. ritiene che attraverso esso si possa in qualche modo risalire
alla persona che lo ha scritto. Sessanta pagine sono tante, al loro interno
si celano una lunga serie di informazioni alle quali la polizia come il
pubblico possono accedere. L'invito viene reso pubblico, ogni lettore
viene invitato ad
analizzare almeno una parte del manifesto ed a cercare somiglianze con
qualcosa di familiare.
Fu proprio questa mossa che assicurò alla giustizia un uomo che
molti
ritengono senza una uscita al pubblico così diretta non sarebbe
mai stato arrestato.
Il fratello di Kaczynsky, David, riconosce al di là di ogni dubbio
lo stile del fratello e dopo una sofferta riflessione decide di dividere
le sue
impressioni con la polizia.
Theodore Kaczynsky viene arrestato due settimane dopo nel luogo dove vive,
una capanna che definire spartana è un vero eufemismo, nel mezzo
di
un bosco del Montana.
La capanna di Kaczynsky era piena di materiali dinamitardi, chimici, insieme
a ritagli di giornale, migliaia e migliaia di pagine di diari personali,
ma completamente priva di ogni genere di comodità anche basilare:
niente riscaldamento, camino, acqua corrente, niente cucina a gas né
a legna. Le descrizioni degli agenti che lo hanno arrestato sono persino
comiche, molti sostengono che puzzasse come una capra e che avesse l'
aspetto di un uomo che non si lavava da mesi.
La parabola di Kaczynsky finisce qui, il processo seguirà dopo
qualche falsa partenza dovuta alla richiesta di Kaczynsky di difendersi
da solo ed alla sua riluttanza a farsi analizzare dagli psicologi dell'accusa
e della difesa.
Grazie alla sua dichiarazione di colpevolezza si evita le pena di morte
per omicidio colposo e la condanna è ergastolo senza possibilità
di riesame.
Considerando il caso nel suo insieme non posso che sottolineare quello
già detto; a favore di Kaczynsky hanno giocato non soltanto il
parapiglia di istituzioni che si sono occupate del caso ma anche la sua
scaltrezza nel
saper aspettare, nel dare equivoci messaggi di sé e nell'agire
isolato dal
mondo civile dove nessun testimone poteva minimamente sospettare delle
sue attività. Sono tutti concordi nell'affermare che il Manifesto
sia stato il gesto che lo ha praticamente consegnato alla polizia.
Anche a posteriori l' etichetta di serial killer è quella che più
si adatta a Kaczynsky, non soltanto per l'aspetto eziologico riguardante
l' isolamento e le fantasie ma anche per le motivazioni alla base della
sua carriera criminale.
Non c'è dubbio che le cose scritte nel manifesto non fossero argomenti
a lui cari ma sicuramente non erano il motivo di quello che stava facendo.
Per sua stessa ammissione, gli argomenti del manifesto erano tutte cosa
in cui credeva assolutamente (e che straordinariamente praticava mediante
la sua ascesi ed il suo allontanamento dalla società moderna) ma
alla fine quello che voleva fare era "..soltanto fare male a qualcuno..".
La definizione di killer "Mission Oriented" cioè con
una missione da compiere si adatta più ad un assassino compulsivo
o ad un serial killer che uccide "one-on-one", di persona. I
crimini di Kaczynsky sono più l' esternazione della rabbia di chi
cresce sentendosi isolato e perseguitato.
Elementi questi che avrebbero contribuito a sfoltire notevolmente la lista
dei sospetti se fossero stati presi in considerazione durante le indagini.
torna alla sezione
casi
|